«Armageddon in the Park 2013»

Data dell'Evento:
03.08.2013

 

Nome dell'Evento:
Armageddon in the Park 2013

 

Band:
Bulldozer
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White Skull
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Battle Ram [Link Esterno a MetalWave] Visualizza la pagina Facebook di Battle Ram [Link Esterno a MetalWave] Visualizza la pagina MySpace di Battle Ram
Planar Evil
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Luogo dell'Evento:
Parco Comunale

 

Città:
S. Giacomo degli Schiavoni (CB)

 

Promoter:
Armageddon In The Park [Link Esterno a MetalWave] Visualizza il sito ufficiale di Armageddon In The Park

 

Autore:
Snarl»

 

Visualizzazioni:
3473

 

Live Report

[MetalWave.it] Immagini Live Report: BULLDOZER L’ormai celebre e prestigioso Armageddon in the Park ha raggiunto la sua decima edizione, e per quest’anno la ricetta non cambia se non di poco: stessa location, stessa buona organizzazione, orari ragionevolmente rispettati, tante distro e stands gastronomici, insomma: tanto metal. Le uniche differenze rispetto al passato sono state un’espansione delle bands proposte, da 7 a 10, e un leggero cambio di data, che per stavolta viene proposta nella prima settimana di agosto invece che nell’ultima di luglio. Un cambio data che temevo avesse favorito i lavoratori ormai in ferie, ma che poteva aver penalizzato gli universitari non locali per vari motivi (non tutti ad agosto hanno casa libera). L’ingresso di pubblico non sembra aver comunque denunciato degli osservabili scompensi di pubblico entrante.

Arriviamo per le 5 e qualcosa, a causa di problemi col pedale della frizione della macchina, ma abbiamo perso solo parte del primo brano dei Neka, Deathsters foggiani abbastanza noti in abruzzo per aver già suonato di spalla l’anno scorso ai Malevolent Creation a Pescara e per un positivo concerto al K28 di Tortoreto. Purtroppo però nonostante il quartetto foggiano ce la metta tutta, la temperatura è torrida (43 gradi alla partenza da Pescara) e il pubblico fa tutto quello che può, ovvero avvicinarsi al palco finché c’era l’ombra, ma guardandosi bene dall’andare sotto il sole rovente. Io stesso dopo la sessione di foto, devo rinunciare a seguire i Neka da vicino per eccessiva calura. Il voto della prestazione sicuramente tiene conto dell’handicap di suonare in apertura, ma è stato più che altro il clima ad aver penalizzato la band, visto che tanto la qualità sonora c’era. Il voto, 65/100, rispecchia un concerto con una resa sul pubblico (che è ciò che conta nei live report) quasi del tutto annichilita dal clima, e penalizzata solo in parte dallo scomodo ruolo di band d’apertura e da una presenza scenica migliorabile, col cantante troppo fermo e con solo il chitarrista a sostenere il palco.
La band è comunque musicalmente buona e vale la pena di rivederli a una loro serata, possibilmente con 30 gradi in meno.

Salgono ora sul palco i teramani Ignition Code, che condividono il cantante e il bassista con i meglio noti Sawthis. Nonostante faccia un genere da me non particolarmente apprezzato (Death Melodico/Metalcore), e nonostante una condizione climatica poco o per nulla diversa da quella dei Neka (al massimo un minimo di abitudine in più al caldo), la band regge il palco benissimo, forte anche di una buona presenza scenica, e con una musica che sì ok, sarà moderna, avrà i ritornelli puliti, le chitarre a 7 corde droppate in non si sa quanti toni sotto e quello che vi pare, ma che da live funziona alla grande in quanto riproposta con ottime capacità tecniche, con mirabile convinzione e con potenza, nonché tra volumi che forse erano addirittura tra i migliori dell’intero evento (molti gruppi successivi avevano chitarre a dir poco confuse, e se stavi a destra del palco non sentivi quella a sinistra e viceversa). Gli Ignition Code continuano con questo concerto a fare ciò che i Neka stavano facendo: scaldare l’audience e renderla pronta per le bands a venire, e loro ci sono riusciti. L’unica nota stonata del concerto degli Ignition Code, inevitabile, è che di pubblico sotto le transenne ce n’era di più ma sempre poco (colpa ancora del caldo asfissiante e delle ombre ancora troppo corte per coprire il palco e il posto per il pubblico). Voto: 71/100.

E ora è la volta dei baresi Dewfall, band che di recente è tornata alla ribalta con un nuovo EP a seguito di un silenzio di 6 anni dal loro vecchio debut album. Su disco li avevo già sentiti e mi erano piaciuti, ma mi rimase un punto interrogativo sulla loro resa da live. E questo punto di domanda resta anche dopo il concerto. Perché? Beh, anzitutto, la presenza scenica: questi ragazzi si sono limitati a fare più che altro headbanging per tutto il tempo, incitando poco o per niente il pubblico, rimanendo pure un bel po’ fermi, cantante escluso, e soprattutto suonando una musica forse poco idonea a questo festival, dove per tradizione e retaggio dei concerti precedenti, la gente vuole più che altro caos, casino e mitragliate old school. Di sicuro erano fuori contesto almeno in parte, di sicuro non si può stroncare una musica solo perché diversa (e su questo bacchettata al pubblico), ma ciò non toglie che restano dei punti d’ombra nel concerto dei Dewfall. Qual è l’ambiente ideale dei Dewfall? Un concerto death? Uno black, o che altro? Risposta personalmente non pervenuta. E anche se fuori contesto, da live mi sono sembrati molto standard, e anche la presenza scenica è e resta qualcosa di deficitario. Su disco sono bravi, ma da live per ora i Dewfall danno la netta impressione di vedere un gruppetto qualsiasi. Voto: 60/100.

Tocca ora ai locali (e noti nella zona) Planar Evil, gruppo di thrashers riformatosi da poco che torna a marcare i palchi senza un chitarrista e con una formazione a trio. La proposta thrash di questa band è sulla carta l’ideale per ri-alimentare il pubblico, ancora cotto dal caldo e col sole che iniziava ad abbassarsi solo al loro fine concerto, visto che come detto prima queste sonorità sono veramente a proprio agio in questa sede. In realtà, anche i Planar Evil finiscono per fare un concerto discreto. Nel loro caso ciò che danneggia il loro concerto è la mancanza di una seconda chitarra che penalizza le loro composizioni (e ricordiamo i problemi di acustica che hanno afflitto questa edizione del festival) soprattutto durante gli assoli, oltre che una batteria che non sempre faceva dei fill e tornava a tempo. Per la verità, alcuni ragazzi del pubblico hanno sostenuto come i fuori tempo della batteria fossero in realtà molti di più dei pochi che io ho notato, segno forse di un po’ di ruggine che i Planar Evil si portavano ancora dietro ancora da scrollare di dosso. La band fa quello che può, ci riesce e sotto il palco si palesano anche i primi tentativi di pogata, ma come prestazione musicale si può fare di meglio. Miccia bagnata o se preferite colpo di pistola a salve. Voto: 64/100.

È ora la volta degli ascolani Battle Ram, epic heavy metal band attiva da ormai dieci anni ma che solo ora ha fatto il full length, e che esce per l’arcinota My Graveyard Productions. E finalmente l’A.I.T.P. comincia a carburare. Malgrado un inizio a volumi bassi, di volumi di chitarra ritmica troppo bassi e di solista troppo alti (a un pezzo l’assolo non si è proprio sentito), e a una presenza scenica sulle prime quasi spaesata e fermissima, tipo il cantante coi capelli lunghi e legati (ok sarà un dettaglio, ma siamo a un festival: un po’ di headbanging ci sta anche bene), il tutto a riconfermare un trend già visto in precedenza, fortunatamente brano dopo brano il concerto migliora di acustica, i Battle Ram si sciolgono le articolazioni, si lasciano andare e ci riescono a far divertire. Circa 8 i brani proposti dal combo ascolano, che pesta duro e che riesce a far brillare la loro “Smash the gates”, che corrisponde anche al picco del concerto loro. Alla fine è sempre pochino il pubblico sotto gli spalti, ma almeno finalmente un gruppo che mette d’accordo tutti e senza esitazione. Ben fatto. Non un’esplosione, ma un fuoco che non sembra rispegnersi. Voto: 72/100.

Ma a dare, loro malgrado, una generosa secchiata d’acqua sul fuoco acceso finora non senza difficoltà, ci pensa il concerto assolutamente anonimo dei torinesi Jester Beast. Ok, anche qui vale il caso dei Dewfall: la proposta musicale è particolare, non è un thrash alla Planar Evil se non a tratti, non sempre si va veloce, ma la presenza scenica qui era la peggiore dell’intero festival: membri fermissimi, cantante volontariamente barcollante, pezzi quasi neanche annunciati o descritti, scarsa loquacità, feeling scazzato (a un certo punto onestamente ho riconosciuto “Lost in space” senza che avessi capito quando fosse cominciata!), ed alcuni errori banali come il distacco del jack dell’unico chitarrista in un’occasione (e ha dato problemi tecnici col suono che a volte passava e altre no). Ok, capita, ma già abbiamo problemi di suoni, i loro non mi sembravano chissà quanto definiti, se ci mettiamo a staccare i jack su una presenza scenica molto fiacca, siamo proprio a posto...
Dura poco più di metà la mia visione del concerto che, onestamente, smorza completamente l’adrenalina finora accumulata dal pubblico, con il moshing pit vuoto e una sola fila, neanche, di persone sotto il palco che a malapena muovono la testa. Sicuramente è stato un concerto sfortunato per i Jester Beast, ma la bocciatura in questo live è necessaria per un concerto estremamente incolore e narcolettico. Si ribadisce, a scapito di equivoci, che nel live report non si giudica tanto la qualità musicale di una band, ma la resa in un concerto. E in questo concerto i Jester Beast sono stati insipidi. Voto: 56/100.

Prima dei grandi nomi, facciamo il punto della situazione.
Siamo a 6 bands su 10 che hanno suonato, e onestamente il mood complessivo visto in giro era quello (relativamente) della noia, dei musi lunghi e della birra stappata, più che della musica. Mosh frequenti come le piogge nel Sahara, poco pubblico in prima fila, pochi headbanging, poca adrenalina, poca incitazione delle bands che non sia un ordinario “Armageddon in the park, ci siete?”, insomma: mai visto all’A.I.T.P., ma il clima è moscio! Che succede?
Sicuramente è mancata la sorpresa di gruppi come i Sabotage, che l’anno scorso rivoltarono il pubblico, o la scoperta degli Endovein, il cui tormentone “Endovein are adrenaline for your fucking summer” circolò per molto tempo, o la botta classica dei Fingernails 2 anni fa, ma col senno di poi, il vostro recensore addita la colpa ad un bill del festival finora troppo diluito e poco speciale, con troppi nomi preliminari, non irresistibili, addirittura alcuni dei quali forse talmente poco speciali in sede live da non essere neanche ancora meritevoli di questo festival. In poche parole, finora il festival non è stato niente di che, semplicemente perché le bands non erano niente di che ed erano pure troppe in numero, e le prestazioni dei Battle Ram (live buono ma non da standing ovation), dei Neka e degli Ignition Code (bravi ma messi troppo in apertura) e quella migliorabile dei Planar Evil, non sono evidentemente bastate. Il tutto mentre il pubblico, ha saggiamente risparmiato le energie per i grandi nomi a seguire (leggasi: è stato lontano dall’area concerto).

Per ascoltare e vedere un gran concerto di valore, occorre arrivare al settimo gruppo in scaletta, i White Skull, che suonano in notturna. Ben noto gruppo power da Vicenza (anche se con la cantante che parla col pubblico in inglese) arrivato al nono cd l’anno scorso, basta poco ai WS per convincere il pubblico, onestamente. Si vede: l’esperienza e le capacità del gruppo sul palco sono nettamente migliori, il suono è apprezzabile, anche se come al solito sulle prime le chitarre non erano al top di suono, e il dominatore della scena è il solista, Danilo, che oltre a deliziare la platea di assoli su assoli con facce da chitarrista stra-impegnato si muove e si agita sul palco quanto basta per conquistare la folla e farlo applaudire a ogni assolo. Non da meno sono il ritmico e il bassista, entrambi seconda voce, il primo dei quali che intrattiene anche lui la folla e si fa notare per ottime capacità canore. Il concerto è un filotto di brani su brani inanellati che strappano applausi a scroscio e catalizzano l’attenzione del pubblico, un po’ più presente sotto il palco. Picchi del concerto sono senz’altro “Forever Fight” e “Red Devil”, la prima inno, la seconda una cavalcata micidiale che soddisfa la voglia degli ascoltatori finora non ricambiata di una musica metal potente e da un gruppo davvero di valore. E come non citare la conclusiva, e acclamata dal pubblico sin dall’inizio, “Asgard”, un brano da sing along prolungato e irresistibile? Niente da dire, se non che si ringraziano i White Skull per questo grande concerto: era proprio quello che ci voleva. Voto: 82/100.

La mia personale curiosità in positivo era tutta per gli Schizo, gruppo che onestamente non ha bisogno di presentazioni, e che costituisce un’icona del metal italiano in quanto fautrice di un genere definibile come thrash, ma dal feeling unico, negativo in un senso completamente suo.
La band attacca con “Epileptic Void” all’inizio, e convince dall’inizio fino alla fine tramite uno show energico e potente, con suoni di chitarra peggiorati (la chitarra di S.B. Reder era quasi inudibile se ascoltata sia dal lato opposto e bassissima stando al centro), ma almeno con l’altra sempre ben udibile e in generale con delle capacità tecniche sempre apprezzabili che il pubblico ha recepito e lodato, soprattutto da parte del batterista. Il cantante, d’altra parte, non sta fermo un attimo, fa cantare il pubblico sempre più presente sotto il palco, salta, si muove in continuazione e si rende mattatore della scena, con anche dei brani rifatti dei Mondocane, un paio a quanto ha detto qualcuno del pubblico, perché io ho riconosciuto solo “Necroschizophrenia”, dove è stato anche citato Giulio The Bastard, che stava lì vicino alla sua distro.
Insomma: un notevole concerto, un gruppo storico che finalmente si riesce a sentire da live e che stupisce. Coinvolgente e parecchio ben suonato. Che altro dire? Da rivederli, magari con la bella “Odium restitution” inclusa nella tracklist. Voto: 83/100.

E ora l’altra band per la quale ero curioso, anche se non in positivo, ovvero i Necrodeath!
Ricapitoliamo: visti nel 2000 al Gods of Metal e al Kreis di Montesilvano nel 2002, al tempo (per chi non c’era ancora) i Necrodeath erano il sogno metal dell’Italia. Se ti dichiaravi metallaro ma non conoscevi “The Creature”, una canzone davvero famosissima in quegli anni qui a Pescara, potevi spararti. Visti un’altra volta nel 2004 un po’ in calo e poi, sacrilegio, stroncati da me in un live report del 2007 al Rock House di Pescara proprio su questa webzine per aver proposto un concerto pietoso, fatto col pilota automatico, autoreferenziale e non all’altezza dei pur recenti (al quel tempo) anni migliori del boom. Nel 2008 tornarono, ma un concerto fotocopia in tutto e per tutto mi convinse a lasciar perdere l’idea di un live report di riscatto. Nel 2009 li vidi in una vecchia edizione dell’Armageddon in the Park, e lì per una incisività maggiore se la cavarono, ma a malapena. Beh: ora dovevano farmi un buon concerto. E come sono andati? Male, e non solo a mio avviso.
Onestamente, è difficile scrivere di questo concerto e quasi non so da dove cominciare. Rispetto al live report del 2007 pochissime cose sono cambiate, a parte che ora i Necrodeath non portano neanche più “The creature”, “Process of violation” e altri brani loro storici. No: il concerto dei Necrodeath sa di autoreferenziale, di fatto al risparmio e col pilota automatico, soprattutto per Flegias che si limita al minimo indispensabile dietro il microfono, suonano i brani meno veloci della loro discografia, e anche le parti più veloci vengono rallentate, evidentissimo nel secondo brano in scaletta che se non ricordo male era “At the roots of evil”. Il resto è un tripudio di brani suonati così così tipo la terza (se non ricordo male era “Burn and deny”), e robe viste e straviste tipo l’assolo del chitarrista Pier che alla fine suona coi denti, il futile e cliché teatro a “100% Hell”, dove Peso tira fuori un timpano per un assolo superfluo assieme al chitarrista. Potrei continuare all’infinito, ma è inutile continuare a infierire. Questo è il concerto dei Necrodeath: una band che invece di fare dischi nuovi da riproporre da live, suona stanca, come se recitasse un copione più che suonare, che sembra andare fisso al risparmio, e che ripropone non gli stessi pezzi ma che fa praticamente sempre lo stesso show.
Sembrerò radicale o un hater, ma il fatto è che per me i Necrodeath sono un gruppo la cui parabola discendente è avviata da tempo e si trovano in un crepuscolo inoltrato, reso lento solo dalla testardaggine dei fans italiani a cambiare idolo. Non nego la loro enorme importanza nel passato, non li conosco e non li odio, ma oggi molte bands sanno fare meglio di loro da live, sia giovani che non. Il discorso è più o meno lo stesso fatto per gli Extrema l’anno scorso: “Si prega l’audience metal italiana di togliere l’attenzione di certi miti del passato ormai in caduta libera e di riservare soldi, pogate ed energia a chi le merita, grazie”. Per me, sono bolliti. Senza rancore. Voto: 50/100.

Concludono la serata i Bulldozer, altro gruppo già venuto all’AITP nel 2010, e al tempo autore di un live epocale, una vera resurrezione. Allora e anche in questa sede la ricetta del loro successo è semplice: un approccio scenico inconfondibile, con AC Wild e il suo mantello da vampiro che canta fermo dietro una specie di pulpito di prete (anche se a me ha fatto sempre pensare sia a un prete che a un politico che declama un discorso), musicisti di ottimo valore, soprattutto lo storico Andy Panigada e il non meno grandioso Ghiulz, e una musica di estremo valore, con molti highlights della loro carriera.
Il concerto comincia con un AC Wild rilassato, cordiale e che facilmente parla col pubblico e descrive i suoi brani. I Highlights sono rispettati: dalla famosissima “Ilona the very best” a “Minkions” passando per “Impotence”, “Bastards” (dedicate ai “politici” italiani), “Ride hard, die fast”, “The Derby”, “Use your brain”, “Whiskey time”, “Mysoginy”, “Final Separation”, “We are... italian” fino alla conclusiva “Willful death”. La band è carica, AC Wild sorride quando si acclamano i loro brani, si prodiga in brevi descrizioni dei testi delle canzoni, cosa che ho molto apprezzato, e gli scrosci di applausi sono alla fine ben meritati. Il miglior gruppo estremo italiano per me al momento è proprio dato dai Bulldozer, e anche quest’anno si sono fatti valere. La foto alla fine con inchino della triade storica del metal italiano, Schizo, Necrodeath e Bulldozer, suggella la fine di un concerto che ha proposto tre bands che si conoscevano da tempo, ma che (pare) solo ora sono riuscite a suonare tutte insieme.
Tutto bello, senz’altro, ma incredibilmente neanche questo è stato un concerto perfetto. A parte infatti la mancanza di bis (forse non c’era tempo) e i problemi delle chitarre, ormai costante di questa edizione (ho fatto due video a loro con una fotocamera il cui audio è sempre stato perfetto, e qui il suono risultante è stato mediocre a dir poco), la scaletta per la verità sa un po’ di datato. Servono brani nuovi, visto che “Unexpected fate” è di 4 anni fa, e per la verità non si capisce perché i Bulldozer non portino degli altri brani storici, come “Fallen Angel”, “Micro V.I.P.”, “Madman” o “Heaven’s Jail”.
Ciò non toglie che il concerto dei Bulldozer è comunque stato facilmente il migliore della giornata. Continuate così, magari con un bel disco nuovo!
Voto: 88/100.

Tirando le somme ecco la classifica finale e il commento finale.
Bulldozer :: 88/100. Grandi canzoni, grandi capacità tecniche e grande concerto, attitudine tranquilla e alla mano pagano sempre.
Schizo :: 83/100. La band rivelazione del festival, che finalmente si riesce a sentire da live, le cui promesse sono state mantenute.
White Skull :: 82/100. Magistrali, capaci, potenti e carismatici. È praticamente un pari merito con gli Schizo.
Battle Ram :: 72/100. Parecchio staccati, ma capaci di un concerto grintoso anche se partito in sordina. Non erano all’altezza dei gruppi del podio, ma se la sono cavata.
Ignition Code :: 71/100. Tra i migliori gruppi di quelli d’apertura, potenti e precisi, ma estremamente penalizzati dalla sfavorevole posizione nel bill.
Neka :: 65/100. Altro buon gruppo d’apertura. Qualità dei brani molto buona, presenza scenica discreta, posizione nel bill (come per gli Ignition Code) catastrofica.
Planar Evil :: 64/100. Bei brani e presenza scenica, ma serve per forza un’altra chitarra e scrollarsi la ruggine dei mesi d’inattività.
Dewfall :: 60/100. Bei brani, ma da live rendono poco, anche per una presenza scenica poco esaltante.
Jester Beast :: 56/100. Concerto incolore, viziato da problemi tecnici e fuori contesto. Da risentire.
Necrodeath :: 50/100. Come una vecchia auto con 300.000 km: camminano ancora, ma i loro giorni migliori sono passati e lo smalto è perso. Difficile credere da loro che “the best is yet to come”.

Termina l’Armageddon in the park, ma quella stessa sera e il giorno dopo i mugugni serpeggiano. Chi taglia corto con le bands d’apertura definendole lapidario una chiavica, Chi dice che a parte gli Schizo non c’era niente di nuovo quest’anno, chi dice X e chi dice Y. La mia opinione complessiva sul festival, francamente, è anche da parte mia un po’ in disappunto. Niente da dire sulla perfetta organizzazione e rispetto dei tempi, ma i problemi di acustica che hanno afflitto l’intero festival vanno sanati, anche perché c’è chi dice che c’erano pure l’anno scorso.
Ma soprattutto, è il bill del concerto. Credo che 10 bands siano troppe (massimo 8 per me), alcune bands hanno suonato troppo presto e per questo motivo il concerto è di fatto stato spezzato in due tronconi. La prima parte con troppe bands minori e non sempre meritevoli di stare su quel palco (a dirla tutta, sembrava un concerto qualsiasi più che l’Armageddon in the park), la seconda parte più competente ma ahimé con poca roba di eccezionale: tutte bands già viste tranne gli Schizo, che per quanto validi, da soli non ce la possono fare a sostenere tutto. Per concludere, va notata anche la sostanziale unidirezionalità della proposta musicale. Non che sia un male di per sé, ma personalmente penso sia una buona cosa variare la proposta musicale in parte, visto che onestamente tra Run to the Hills Festival e Heavy Metal Night a un certo punto viene la voglia di sentire altro. Tra pochi giorni c’è l’Agglutination a Potenza, che propone un live set più vario. Si attendono opinioni e confronti di andamento dell’evento. Questa è la mia opinione, non linciatemi. Arrivederci al prossimo anno.

 

Immagini della Serata

 

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