Intervista: Natron

Natron - Line-up Susie Ramone ha intervistato per MetalWave.it il batterista e fondatore dei nostrani NATRON, Max Marzocca...

 

Dopo anni di esperienza nell’underground, i due demo tape “Force” e “A Taste of Blood” e l’EP “Unpure”, nel 1997 avete realizzato questo debut album, pubblicato allora per la Headfucker Records. Che ricordi hai di quel periodo?

Ho solo bei ricordi, il viaggio interminabile in treno fino a Genova, i 15 giorni trascorsi nella città vecchia dove si trovava lo studio e la fatica a registrare un album ad agosto, il mese meno indicato per rinchiuderci per registrare un disco. Calcolando che fino ad allora avevamo inciso solo due demo (o se preferisci un demo e un mini album) non è che fossimo così esperti, ma all’epoca non ci curavamo molto di tutto ciò, volevamo divertirci e suonare la musica che ci piaceva nel modo più brutale possibile. Credo comunque sia stato un momento di crescita per la band.

Qual era, a tuo avviso, la caratteristica essenziale che portava i Natron a distinguersi rispetto alle altre band dell’epoca?

All’epoca l’obiettivo primario era essere brutali, veloci e sperimentare. A volte ci riusciva bene altre volte no. Credo che siano stati i fan dell’underground ad accorgersi della band e a dimostrare con il loro supporto che, nonostante il particolare periodo storico, tutto sommato si trattasse di un lavoro competitivo. Nel bene e nel male, il fattore che ha fatto la differenza probabilmente risiede nel fatto che era come se avessimo aperto una via diversa alla brutalità nel death metal. Questo era anche quello che ci diceva la stampa, quando poi in seguito i tipi della Holy Records proposero un contratto per quattro album ci dissero la stessa cosa.

Quali differenze, a livello stilistico e compositivo, hai riscontrato tra questo primo lavoro ufficiale rispetto agli album pubblicati successivamente con la Holy Records e poi con altre etichette?

I primi lavori della band erano molto acerbi, avevamo un sacco di idee e non vedevamo l’ora di buttare tutto nel calderone. Questo da un lato ha contribuito a diversificare la nostra proposta e dall’altro ci ha permesso di capire i nostri errori e come migliorarci. Credo che con ogni disco abbiamo fatto sempre meglio, abbiamo imparato a coordinare meglio le idee così da raggiungere finalmente una nostra identità. Nel frattempo siamo migliorati come musicisti e questo ha facilitato le cose, credo che l’apice compositivo della band sia stato raggiunto poi in seguito con “Livid Corruption” ( Holy Records 2004).

Cosa pensi della definizione dei Natron come “The Italian godfathers of death”?

Qualcuno della stampa straniera in una recensione ci definì cosi’ perché nell’epoca a cavallo tra i ‘90 e i primissimi 2000 eravamo una delle band death metal di punta della scena italiana e provenendo dal Sud Italia era facile fare questo tipo di “associazioni”. Mi era sembrato simpatico utilizzare quella definizione per farci pubblicità e così abbiamo cominciato a marciarci sopra, utilizzando quella definizione anche nelle grafiche del merchandising. Al di là di questo non mi ci sono mai identificato troppo in questa definizione, perché è vero che eravamo tra i pionieri di quel genere in Italia, ma c’erano almeno un paio di band che avevano pubblicato dei dischi death metal in Italia prima di noi, magari non così brutali, ma poi erano scomparse subito dopo.

Qual è stato, per te, il momento più bello di questo lungo percorso con i Natron? E quello più difficile?

Non ho dei momenti che ricordo fossero particolarmente belli o brutti, facili o difficili! E’ stato come salire sulla giostra delle montagne russe e farsi un giro per 25 intensi anni di tour, dischi, momenti fighi e altri molto meno esaltanti. Ho fatto tutto ciò che era nelle mie possibilità con passione, tutto sommato sono contento di come sono andate le cose. Forse col senno di poi avrei potuto chiudere questo capitolo della mia vita qualche anno prima ma va bene così.

Ma, dopo 25 anni di esperienza live a livello nazionale ed internazionale e dopo numerosi album pubblicati che vi hanno consacrato come esponenti di riferimento nella scena brutal death metal, vi siete sciolti. Perché hai deciso di compiere questo passo, per fondare poi la tua band attuale, gli Ossuary?

Ad un certo punto volevo far qualcosa di nuovo, quindi ho messo su un nuovo progetto come gli Ossuary che in 7 anni mi ha già dato grosse soddisfazioni. Abbiamo pubblicato tre album, abbiamo fatto un tour Europeo e suonato in un paio di festival. Credo non sia male come risultato.
Dal punto di vista creativo mi sento molto meno limitato, so che posso scrivere musica senza limiti di sorta, la matrice blues e classic rock ci permette di spaziare e trovare diverse forme di espressione. Anche come batterista posso esplorare nuovi territori, se voglio suonare un brano lento, un brano veloce con la doppia cassa, o un pattern di batteria con tempi dispari posso farlo tranquillamente senza pormi il problema di dover essere necessariamente legato a degli standard.
In più per me è un gran sollievo sapere di dovermi occupare solo di un progetto. Gli Ossuary ci hanno messo davvero poco a diventare qualcosa di più di un side project e quindi mi sono trovato a non avere più tanto tempo da dedicare ad entrambe le band.
Ho dovuto scegliere tra un nuovo ed esaltante percorso creativo come Ossuary e Natron che era una band che aveva già detto tutto. Ho scelto di portare avanti gli Ossuary e credo di aver fatto la scelta giusta.

Intervista di Susie Ramone Articolo letto 272 volte.

 


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