«Agglutination Festival 2019»

Data dell'Evento:
17.08.2019

 

Nome dell'Evento:
Agglutination Festival 2019

 

Band:
Napalm Death
Death Angel
Carpathian Forest
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Carthagods
The Black [MetalWave] Invia una email a The Black [Link Esterno a MetalWave] Visualizza il sito ufficiale di The Black [Link Esterno a MetalWave] Visualizza la pagina Facebook di The Black [Link Esterno a MetalWave] Visualizza la pagina Twitter di The Black [Link Esterno a MetalWave] Visualizza la pagina MySpace di The Black [Link Esterno a MetalWave] Visualizza il canale YouTube di The Black
Scream Baby Scream

 

Luogo dell'Evento:
Chiaromonte (PZ)

 

Città:
Chiaromonte (PZ)

 

Autore:
Snarl»

 

Visualizzazioni:
124

 

Live Report

[MetalWave.it] Immagini Live Report: Napalm Death Benché io sia Pescarese e quindi con il Frantic Fest a due passi da dove abito, quest’anno approfitto di una vacanza che mi ero promesso di fare a ferragosto 2019, e decido di prendere due piccioni con una fava, concedendomi anche la visione dell’Agglutination Fest, ormai rinomato festival lucano in quel di Chiaromonte, in provincia di Potenza.

La strada da fare è tanta, e pensavamo che la distanza non fosse poi eccessiva, senza contare che i festival italiani non sempre sono noti per la puntualità degli orari, per cui pensavamo che il ritardo di un’ora e qualcosa fosse tranquillo, magari il festival non sarà ancora cominciato… E invece no: l’organizzazione del festival lucano non perde neanche un colpo e rispetta tutti gli orari, con la nostra macchina che arriva con il concerto degli opening act (e vincitori del Take Off Contest) Scream Baby Scream già finito da un pezzo, e con i Pescaresi The Black ormai alla loro seconda metà della scaletta. Di questi posso solo dire che dei loro 2 o 3 pezzi visti da vicino, ho notato un concerto molto nel loro stile, cioè sobrio, che punta tutto alla musica e alla ricercatezza musicale, per un risultato intoccabile e comunque godibile per via di uno stile musicale ormai raro ma che è sempre stato apprezzato e che per qualche strano motivo non ha mai raccolto quanto avrebbe dovuto meritare. Certo, come molti concerti dei The Black, il tutto è così sobrio che va a discapito di qualche impatto scenico più in your face; forse qualche ragazzino potrebbe considerarli poco adrenalinici, ma non è questa la chiave di lettura di un concerto dei The Black: la chiave di lettura è passione musicale, tecnica, precisione e attenzione ai dettagli. Proprio come la musica dovrebbe essere ascoltata. Voto: 70/100, ovvero un “buono” che non può sbilanciarsi di più per via del fatto che dell’intero set dei The Black ho visto la metà al massimo.

Il primo concerto che riesco a vedere per intero è la sorpresa del festival, ovvero i Carthagods, dalla Tunisia, e fautori di una musica al crocevia di power, heavy, progressive e anche qualcosa (più raro) di death melodico, per un risultato sorprendente per la compattezza sonora presentata da questi ragazzi, nonché da dei suoni molto buoni (cosa non molto comune in questa edizione dell’Agglutination, va detto) che permettono di esaltare al massimo la coralità dei brani, sempre mediamente lunghi ma con dei moods massicci che tendono a conquistarti durante tutto l’ascolto dei brani, con il picco qualitativo del concerto secondo me dato dalla bella conclusiva “The monster in me”, title track del loro ultimo album, concreta e molto evocativa, dove si riusciva a sentire tutto alla perfezione. Ne risulta un concerto che secondo me è davvero positivo, sottolineato da un cantante dalla gran presenza scenica, che riesce a far cantare e far muovere le mani al pubblico per tutto il tempo. Cosa rara, questa, se il tuo gruppo è fondamentalmente non molto noto e underground.
Ah, e il tizio decisamente non africano alla chitarra solista era nientemeno che Timo Somers dei Delain, il quale con la propria chitarra ci faceva esattamente ciò che voleva, marchiando a fuoco tutti i brani con lunghi assoli. Nel complesso, davvero una prova niente male e ripeto: la sorpresa del festival. Voto: 80/100.

E adesso tocca ai classici Strana Officina. Ovvero: una band che se non la conosci e ti reputi metalhead, sinceramente hai qualcosa che non va. Visti e stravisti in varie edizioni dell’Heavy Metal Night di Martinsicuro, all’Agglutination i nostri si presentano con un temporaneo rimpiazzo alla chitarra, e con una scaletta da urlo, che sbatte “Profumo di Puttana” in testa, seguita da vari classici come “Metal brigade”, “Viaggio in Inghilterra”, “Autostrada dei Sogni”, “King Troll” e altri ancora, per un risultato già noto a molti eppure irrinunciabile per moltissimi. Qui infatti il pubblico dell’Agglutination si comincia a scaldare e partono le pogate violente al ritmo del sempre ben accetto metal classico, il tutto mentre Bud Ancillotti è padrone incontrastato del palco, tra qualche battuta in toscano, una voce lacerante e una perfetta sintonia col pubblico, e si dimostra a suo agio sia nei momenti più aggressivi e diretti, sia in quelli più intimi, come la consueta dedica (voi sapete a chi) appena “Autostrada dei Sogni” comincia. Poi certo: la chitarra era un po’ bassa e indistinta, ma non importa granché: il fatto è che gli Strana Officina sono loro, nessuno suona come loro e tanto vi basti. Le leggende non si toccano. Un grande concerto di una band inossidabile. Voto: 82/100.

Arriva ora il vero motivo della mia presenza all’Agglutination: i Carpathian Forest, ovvero una delle bands classiche del Black Metal, con un sound senza dubbio particolare e la cui antologia “We’re going to hell for this” l’ho praticamente consumata a furia di sentirla. Tuttavia, c’era chi mi ha detto che ha visto gli ultimi concerti e ne è rimasto deluso. E purtroppo, avevano ragione: Il concerto dei Carpathian Forest è stata la delusione del festival!
Il problema è presto detto: suoni. Già qua e là il suono delle chitarre è stato il punto dolente del festival, ma il sound dei cinque norvegesi era senz’altro il peggiore della giornata, costituito perlopiù da batteria e basso, mentre il resto era un grumo amorfo di un po’ di voce chiaramente lungi dall’essere in forma, due chitarre molto confuse e basi abbastanza inudibili. Abbiamo fatto cenno ai fonici di alzare le chitarre, ma il sound è rimasto sempre così.
Il tutto per un risultato francamente tragico: dovevi davvero impegnarti per cercare di capire cosa stesse suonando la band, e tra una canzone e l’altra, a malapena sono riuscito a distinguere “It’s darker than you think”, “Mask of the slave” e “He’s turning blue”, poi aspettavo anche “Sadomasochistic”, “Nuklear fucking death machine”, “The angel and the sodomizer”, ma non sono state fatte, e sinceramente se abbiano fatto l’omonima “Carpathian Forest” io non l’ho capito tanto. In compenso c’erano una cover dei Turbonegro sinceramente non indispensabile, nonché “A forest” dei The Cure eseguita francamente alla meno peggio. Fosse solo questo, i Carpathian Forest si prenderebbero una sufficienza politica per i suoni, ma purtroppo a rovinare il concerto c’è di più.
Tralasciando dettagli solo per chi ha occhio, come il bassista che a un certo punto plettrava con un ritmo diverso da quello della canzone, la sensazione è che sembrava di sentire un concerto a cazzeggio, dallo spirito più tipo dischi solisti di Nattefrost che dei Carpathian Forest. Lasciando infatti perdere Nattefrost che ogni tanto si mette a suonare l’armonica a bocca (conoscendo l’attitudine ci sta e non ci si deve troppo far caso, anche se ‘ste trovate compaiono sui dischi solisti e non su quelli dei CF), Nattefrost sul palco usa un paio di trovate non molto comprensibili, tipo il fatto che prende un cellulare in mano, e mentre la canzone va, fa finta di chattare, di farsi selfie o che altro. Sinceramente, questa trovata non l’ho capita. Non ho capito se Nattefrost sta prendendo per i fondelli certo pubblico che va là a farti solo le foto, o se al contrario sta prendendosela con certi cliché trVe kvlt. Con chi vuole prendersela Nattefrost non lo sappiamo. Sappiamo solo che questa trovata, come altre, non ha molto senso e non ho capito quale sarebbe il messaggio. E quando si sente a malapena l’outro di “The old house on the hill” resta solo una domanda: “Ma che cavolo ho appena sentito?”.
Voto: 55/100, cioè concerto mediocre. Francamente, io non so se è successo qualcosa per questo concerto, ma i Carpathian Forest all’Agglutination sembravano una band che ha cominciato a suonare da ieri, che suona approssimativamente e con brutti suoni, fa pochi brani classici, suona molto più punk che black metal, e neanche ci ha provato a impegnarsi. L’unica spiegazione che posso dare è che gli anni di inattività e troppi cazzeggi da solista di Nattefrost (“Nekronaut” per me è stato un suicidio discografico) hanno rovinato un bel po’ il songwriting e l’identità dei Carpathian Forest, mettendoci troppo punk e troppa voglia di cazzeggiare e di andare avanti alla buona.

Per fortuna, a ripulire le mie orecchie ci pensano i Death Angel, che con questa data concludono un tour. Avevo già visto questi ragazzi nel 2004 al Summer day in hell a Roma, e devo dire che da allora non è cambiato niente: tritavano allora, e tritano anche adesso. Si comincia ancora con “Thrown to the wolves” come 15 anni fa, e come 15 anni fa questi ragazzi spaccano tutto, ci prendono a ceffoni in faccia senza pietà tra i pazzeschi assoli di Rob Cavestany e gli strilli di Mark Osegueda, che già solo gridando il nome del festival, riesce a coinvolgere il pubblico facendolo proprio.
Questo è il concerto dei Death Angel: è il frutto di una band che continua a suonare menando mazzate a destra e a manca, con un entusiasmo davvero notevole, dove Mark Osegueda racconta delle storie della band avvenute, ringrazia pubblico, tour crew (questa era l’ultima data del tour che stavano facendo) e si dimostra fiero di aver suonato per la prima volta in questo lato di mondo, e canta su circa 8 mazzate incessanti thrash old school, che hanno il loro picco in apertura e in chiusura del concerto, ovvero con la già detta “Thrown to the wolves” e con la conclusiva “Kill as one”, dove i Death Angel vanno in overdrive e fanno andare il pubblico in visibilio. Il tutto con dei suoni finalmente perfetti e precisi, proprio quelli che ci volevano. Voto: 95/100, ovvero un concerto che appartiene ad una band che a detta di molti doveva essere la vera headliner della serata. Non si può avere tutto dalla vita, ma è un’opinione che dopo concerti così, non posso assolutamente confutare.

E concludono l’Agglutination 2019 i Napalm Death, ovvero la storia del Grindcore. Li potrei descrivere o presentare in tanti modi, ma sarebbero tutti già detti, e allora provo a farvi notare che sono l’unico gruppo di questo genere che è amato da tanti punk/hardcore/crust fans sicuramente, e che al contempo sono anche stati apprezzati da un gruppo diametralmente opposto come i Dream Theater (andate a vedere la maglietta del cantante nel video di “Pull me under”, se non ci credete). E penso che questo la dica abbastanza sulla loro grandezza. Se anche così non capite, le mie mani usciranno dal vostro schermo e vi prenderanno a pugni.
Ora, se il sound a una sola chitarra non crea problemi in questa sede (anche per via di suoni molto hardcore e ignoranti), va detto che il concerto dei Napalm Death seppur bello rispecchia comunque una band che sta invecchiando abbastanza evidentemente, e che pur svolgendo il proprio compito alla grande per via della impareggiata mole di esperienza, finisce per mostrare un po’ l’età che avanza, suonando più hardcore di quanto dovrebbe all’inizio del concerto, e solo raramente aggredendo l’ascoltatore con brani che abbiamo imparato ad apprezzare in gioventù, come l’estrema furia di “Constitutional hell” o il grind/death oriented dei primi album. Il tutto con alcuni siparietti politici (non troppi per fortuna), come Barney che manda a quel paese Matteo Salvini, e poi a seguire brani presi dalla loro discografia, passando per le classiche sparate di pochi secondi tipo “You Suffer”, fino ad arrivare al picco compositivo costituito da “Scum”, e concludendo con brani tipo la notissima cover “Nazi punks fuck off”. Il tutto per un concerto soddisfacente, che ci mostra una band che magari non ha più così tanto smalto come una volta, ma che comunque continua a fare il proprio mestiere sul palco, nulla più e nulla meno. Tanto i Napalm Death sono oggettivamente la storia, e di dimostrare le loro capacità non ne hanno bisogno. Poi certo, molti hanno detto che per quanto sono stati non male, non erano al livello dei Death Angel e non meritavano di suonare dopo, ma non si può avere di tutto dalla vita, anche se personalmente concordo che il concerto dei Napalm Death per quanto bello, non mi ha colpito quanto quello dei Death Angel e anzi mi ha lasciato anche un po’ freddo, alla fine. Chissà perché...
Voto finale: 80/100. Per quanto il concerto dei Napalm Death sia stato bello, devo dire che personalmente non credo che sia uno di quelli che ricorderò con più entusiasmo. Sarà che io sono cresciuto con dischi come “Utopia Banished”, “Harmony Corruption” e “Words from the exit wounds” e non con le loro ultime cose, ma i Napalm Death attualmente mi suonano più ordinari, e da live li trovo un po’ troppo caotici, come tante bands grind o specialmente HC di oggi. Se siete fan del genere musicale, vi faranno contenti, ma personalmente io li trovo meno splendenti di ciò che mi immaginavo.

Termina il concerto, con una grande affluenza di pubblico, con un’organizzazione precisa negli orari, con delle forze dell’ordine competenti, e con l’unica pecca data dai suoni, con le chitarra poco comprensibili in un paio di occasioni. Ben fatto Agglutination, e arrivederci all’anno prossimo, sperando che la data non vada a sovrapporsi con quella dei Frantic. Inutile dire che se siete metalheads del Sud Italia e vi perdete questo evento, o siete bloccati dal lavoro, oppure avete problemi.
Si ringrazia Filippo R. Per le fotografie.

 

Immagini della Serata

 

Recensione di Snarl Articolo letto 124 volte.

 

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