«FRANTIC FEST 2017»

Data dell'Evento:
17.08.2017

 

Nome dell'Evento:
FRANTIC FEST 2017

 

Band:
Claudio Simonetti Goblin
Spiritual Front
Soviet Soviet
Grave
Aura Noir
Dark Lunacy [MetalWave] Invia una email a Dark Lunacy [Link Esterno a MetalWave] Visualizza il sito ufficiale di Dark Lunacy [Link Esterno a MetalWave] Visualizza la pagina Facebook di Dark Lunacy [Link Esterno a MetalWave] Visualizza la pagina MySpace di Dark Lunacy
Impaled Nazarene
Slapshot
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Luogo dell'Evento:
Tikitaka Village

 

Città:
Francavilla al Mare (CH)

 

Autore:
Snarl»

 

Visualizzazioni:
340

 

Live Report

[MetalWave.it] Immagini Live Report: Impaled Nazarene Ok, sarò campanilista perché sono della zona, ma ragazzi: Tre giorni di musica dal vivo per tutti i gusti. Tre, porca miseria. Tre giorni di musica di alto livello per tutti i gusti, metal ma anche con piacevoli variazioni che allargano solo l’interesse della gente. Tre giorni di musica dal vivo con nomi eccellenti a soli 35 in totale con area campeggio, stands per la birra e distro, il tutto condito da un’organizzazione molto buona ed efficiente, senza il minimo intoppo. Una vera e propria coronazione del metal targato Pescara-Chieti che vede pubblico venire in gran quantità, sia dalle zone limitrofe che da Napoli o da Verona. Il tutto con la riva di Francavilla al Mare poco distante e a ridosso delle ferie di Ferragosto. L’ideale per chi oltre al festival cercava un’ideale vacanza. Ripeto: accusatemi pure di campanilismo ma i fatti parlano, e qui tra un ambiente più che amichevole, tranquillo e passionale per la musica, questa kermesse di tre giorni è stata per me (ma sono sicuro anche per altri) una vera goduria, per la quale c’era molta attesa, tanto più che il clima caldissimo e afoso pre-ferragosto aveva mollato la presa, e solo nell’ultimo giorno il caldo si è rifatto sentire, seppure in maniera minore.

Il primo giorno del festival era quello dei tre più tranquillo e che meno ha a che fare col metal (si può praticamente dire che in questo giorno di metal c’era poco o nulla), e che funge da piacevole introduzione del festival, evitando un sovraccarico del pubblico nel primo giorno e basta sia a livello alcolico che a livello di energie che si sa, ad agosto contano.
Cominciano le danze alle ore 18:00 gli Psychocello Project, una band sperimentale che adagia su di una drum machine un tessuto abbastanza complesso e invitante costituito da chitarra, voce e violoncello, appunto. Per una musica sicuramente molto straniante e quasi anomala da sentire di pomeriggio in agosto, ma che invero si lascia positivamente ascoltare. Sarà stata infatti l’eccitazione per il festival appena cominciato, oppure sarà stato il suono rilassante e gradevole del violoncello, ma il concerto di questi ragazzi che non conoscevo affatto scorre liscio che è un piacere e funge da buon antipasto del concerto, nonostante la brevità del concerto (3 massimo 4 brani per circa 15 o 20 minuti di musica). Voto: 65/100.
Tocca ora ai Bushi a salire sul palco. Una band che su queste pagine avevo già recensito abbastanza positivamente, e che riesce a tenere ancora calda l’attenzione del pubblico, già mediamente presente nonostante il clima. E nonostante un inizio abbastanza incerto (giusto i primi minuti della prima canzone), i Bushi convincono con il loro stoner rock a tratti più alternative e in altri più rock. Certo, un aiuto viene dall’attitudine alla mano e spassosa di questo trio che non carica la propria proposta musicale di troppe attenzioni e invece con il loro cantante che intratteneva il pubblico con qualche discorso, e forse anche per questo lo stesso pubblico riesce a sciogliere le prime giunture e a divertirsi, donando un’onesta audience a quello che è stato un concerto onesto e più che apprezzabile. Voto: 70/100.
Il ruolo di gruppo che comincia di giorno e finisce di sera è invece assegnato ai Doctor Cyclops da Pavia, una band decisamente in fissa con il rock anni 70, i Black Sabbath, qualcosina dei Deep Purple e il boogie rock, che durante il proprio show continua a far vibrare il pubblico con una musica poco originale quanto si vuole, ma che comunque è fatta bene e che dona alla serata un piacevole flavour vintage, che viene apprezzato per tutto il tempo con un pubblico in crescendo e il cui concerto ha il suo picco in quella che credo si chiami “Hellfire”, ovvero una tra le prime canzoni mai fatte da questa band, e che per semplicità e immediatezza fa divertire la gente, che è ormai decisamente pronta per spostarsi sotto il palco grande a tributare i grandi nomi. Voto: 72,5/100.
È ormai sera quando sale sul palco la band che avevo scoperto da poco e che volevo assolutamente sentire: i Soviet Soviet. Normalmente quando scrivo i live report, tendo a non ascoltare molto le bands che non conosco in maniera da avere una certa imparzialità, ma il caso volle che per questi ragazzi delle Marche del Nord l’ho fatto e la loro musica mi colpì così tanto che ero curiosissimo di sentirli da live. E purtroppo, in questa sede il concerto dei Soviet è stato per me abbastanza deludente. Non è la musica ad avermi deluso, ma dei suoni praticamente pessimi, molto confusi, forse troppo alti e di cui si riusciva a capire qualcosa solo se ti mettevi lontano dal palco. Da vicino infatti la voce del cantante/bassista era di fatto incomprensibile per troppo eco e riverbero, la cassa era così alta che me la sentivo battere in gola più che nel petto, la chitarra era persa tra gli effetti e si riusciva a sentire ben poco, e solo il basso era più che altro ascoltabile. Dopo un po’ la situazione migliora di poco, ma sostanzialmente l’esito del concerto non cambia e si riduce a un miscuglio di suoni poco intellegibile, dove gli effetti si sentivano anche tra una canzone e l’altra alla voce. Certo, il cantante/bassista ce la mette tutta per conquistare la folla con le sue movenze, ma serve relativamente se sotto il palco non si capisce granché. Forse questi suoni erano voluti, ma il risultato in questa sede è stato esagerato e poco si riusciva a distinguere dei brani, sia come note che come differenze dei brani. Il valore musicale dei Soviet Soviet non è scalfito, ma purtroppo li devo risentire. Voto: 55/100. Si ribadisce che nei live report si giudica com’è il concerto a livello di presa sul pubblico e in sede live, e non la qualità musicale: per quello ci sono le recensioni.
Qualche problema di suono forse c’era anche per gli ecletticissimi Spiritual Front, famosa band italiana Neofolk che non ha certo bisogno di presentazioni e i cui membri non sono sicuro che si sentissero bene sul palco. Per quel che riguarda noi che stavamo sotto il palco, solo il primo brano all’inizio si è sentito male, ma poi la situazione è subito migliorata, con il leader Simone che non si è certo risparmiato a livello di approccio scenico.
L’impatto di questa band sul palco, tuttavia, spacca sin da subito la folla, con una musica davvero apprezzata da molti, e decisamente molto distante da chi preferisce sonorità più metalliche. Un concerto degli Spiritual Front è infatti qualcosa di destabilizzante, dove la band prima insinua brani molto influenzati dal Tango (credo presi da “Armageddon Gigolò”), poi altri verso la fine ripresi da un Country Rock affascinante ma con un non so che di davvero inconsueto, passando per la nota “Jesus died in Las Vegas”, probabilmente il picco dell’intero concerto anche per la fama della band. E tutti questi stili servono a mandarti fuori strada, a spiazzarti sia quando Simone canta e suona la chitarra, sia quando si mette anche lui alle percussioni nella canzone conclusiva, donando un risultato maestoso a tutto. Spiazzando molti e meravigliando altrettanti. Un concerto degli Spiritual Front è come la loro musica: puoi perdertici sia in senso buono che in senso negativo. O tutt’e due insieme. Personalmente, ne sono rimasto soddisfatto, anche se credo che in questo come in pochi casi la valutazione della musica è quanto mai soggettiva. Voto: 82,5/100.
E conclude la prima serata del Frantic Fest il maestro Claudio Simonetti con i suoi Goblin, consistenti in questa occasione da un chitarrista di Castel di Sangro e dal fido nonché rinomato Titta Tani alla batteria. Orbene: se il concerto degli Spiritual Front può spiazzare e dare luogo a opinioni molto soggettive, qui siamo all’opposto. Un concerto di Simonetti è uno di quelli che praticamente non può andar male e non ti può lasciare indifferente, perché semplicemente le note di “Suspiria” o della conclusiva “Profondo Rosso” o di “Phenomena” o di “Tenebre” sono parte di un bagaglio culturale fondamentale, che unisce horror maniacs, con metalheads, dark, punk, bikers e chissà che altro, e che tutti vogliamo sempre risentire per quello che ognuno di questi brani ha significato. Conosciamo “Profondo Rosso” eppure non ne abbiamo mai abbastanza di sentirla dal Maestro, “Suspiria” anche, eppure non possiamo mai rinunciarvi, forse perché ormai nessuno fa più musica così, forse perché è la nostra adolescenza che ritorna, o forse perché questa musica appartiene ad un periodo di qualche decennio fa dove l’Italia era davvero il centro del mondo per quel che riguarda la cultura e il buon gusto in senso artistico. E sinceramente, il live report del concerto di Simonetti potrebbe anche chiudersi qui: la musica parla, punto e basta. Potremmo sottolineare la cordialità e l’umorismo tra brano e brano di Simonetti, i vari aggeggi tecnologici che utilizzava, lo storytelling tra brano e brano che ho davvero apprezzato, una scaletta lunga e varia, e volendo potremmo anche parlare dell’inconveniente tecnico della testata del chitarrista che andava in protezione e che ha dato grossi problemi per il terzo brano, praticamente fatto solo da batteria e tastiera più le basi. Ma ci importa? No. Non quando parte la colonna sonora di “Profondo Rosso”, o di “Non ho sonno”: il trasporto di quei brani cancella via tutto, t’ipnotizza e ti fa scordare di tutto il resto. Irresistibile, semplicemente irresistibile. Voto: 95/100.
Termina così il primo giorno del Frantic Festival. C’è un po’ di stanchezza in giro, ma la soddisfazione è comunque palpabile. A domani, che è il giorno più metal di tutti e tre.

E purtroppo per me, il secondo giorno del festival comincia con la seconda band in scaletta, i Syk. Chiedo scusa agli opener Helslave, ma purtroppo un piccolo contrattempo e una processione in strada mi fanno ritardare quel tanto che basta a farmi arrivare in prossimità del Tikitaka Village di Francavilla quando gli Helslave sono alle loro ultime note. Per cui, comincio con i Syk, tra l’altro con un clima ancora sufficientemente fresco e sopportabile.
Tuttavia, il concerto dei Syk è qualcosa di discreto e nulla più. Ciò che penalizza infatti questi ragazzi è il fatto che su disco il loro djent/avantgarde funziona, ma da live all’aperto e con una sola chitarra, sia pure ad otto corde, il muro di suono è abbastanza spoglio e non sufficientemente riempito: per tutto il tempo la band infatti fa il possibile e ci dà dentro nella maniera migliore che può, ma le sfumature dei loro brani risaltano solo fino ad un certo punto e molte vanno a perdersi non appena batteria e voce strillata reclamano la loro attenzione. Il pubblico non disdegna e anzi sostiene questa band, ma il concerto è e resta comunque qualcosa di penalizzato, appena sufficiente. Voto: 60/100.
Non si scappa dal fatto che quando all’imbrunire suonano gli Shores of Null, la qualità musicale si innalza parecchio e il pubblico apprezza nettamente di più, deliziato da una musica fatta da cinque ragazzi con esperienza e con sicurezza, fortificata da consensi e concerti a livello europeo, nonché da una musica molto personale che possiede il giusto mix tra atmosfera e spigolosità, che sa avere il suo impatto ma che sa anche ammaliarti con le sue melodie, evitando per questo che il risultato sia troppo languido o troppo rumoroso-e-basta. Questo è, secondo me, il punto di forza del concerto degli Shores of Null. Dovunque li metti, la caratteristica saliente degli SoN descritta poc’anzi è sempre riproposta in maniera efficace e convincente, ed esplode nella conclusiva “Ruins Alive”, dove la coralità fa presa sul pubblico in maniera stupefacente e semplicemente non se ne scappa. 40 minuti che davvero vanno via in maniera liscissima e che ti gusti così tanto che neanche te ne accorgi. Voto: 85/100.
Per quel che riguarda i Dark Lunacy sul grande palco e di sera, ormai in un orario dopo cena, vi basti sapere che è un concerto dei Dark Lunacy. Ovvero, il concerto di una band sempre apprezzata da molti, ma che finalmente da alcuni anni è ormai divenuta un classico nazionale grazie alla loro proposta musicale decisamente personale, che accoppia al proprio death metal melodico un substrato fortemente drammatico, evocativo e narrativo che colpisce per la profondità e il polimorfismo dello stile musicale, che passa da sfuriate violente a parti praticamente neoclassiche della famosa “Dolls”, nonché a parti sofferte come la sommessa “Precious Things” o ad altre più atmosferiche come “Pulkovo Meridian”. I Dark Lunacy semplicemente inanellano da live una canzone dietro l’altra e fanno innamorare il pubblico ancora una volta sicuramente per motivi musicali, ma anche per una presenza scenica sul palco decisamente sobria e senza alcun fronzolo, senza spocchie e per nulla autoreferenziale, che tanti vorrebbero poter fare, ma che ben pochi possono permettersi, forse perché la loro musica non spacca abbastanza e non comunica altrettanto. Il pubblico alla fine tributa i Dark Lunacy con applausi scroscianti e conferma lo status di band classica del metal italiano, e io personalmente non posso che approvare. Voto: 90/100.
E se prima il Frantic Fest stava andando ad alte velocità con sonorità più o meno moderne, ecco che da qui in poi si va nel più turpe old school metal e si alza il tiro ancora di più, con gli Aura Noir. Vale a dire: una tra le mie band preferite di sempre, tra i migliori eredi dei Venom ma un po’ più Black Metal a livello musicale, nonché con un’attitudine perfettamente rispecchiante il mio pensiero: niente filosofie, atteggiamenti da profeta dell’apocalisse, luoghi comuni, robe cerebrali o travestimenti scenici sul palco: semplicemente pesta sul tuo strumento, enfatizza la componente “metal” del genere che proponi e vai alla grande. E l’opener “Black Metal Jaw” di questo festival non è altro che una benedizione a questo concetto.
Ma al di là della mia personale adorazione per questa band, è incredibile come gli Aura Noir pestano sempre e comunque. Possono essere ridotti a trio, Apollyon può stare là dietro alla batteria e non alla voce e al basso come al suo solito, può esserci anche una sola chitarra, ma il tiro delle composizioni non cambia di una virgola. Certo, ci possono mancare “Fighting for Hell”, “Conqueror” e anche “Funeral Thrash”, ma ci sono comunque “Black Deluge Night”, “Condor”, “Black thrash attack”, “Fed to the flames” e siamo comunque più che contenti per uno stile musicale scarno e grezzo ma comunque perfettamente personale e che ti garantisce sempre headbanging fino a scassarti la cervicale, il tutto con suoni precisi e del tutto ascoltabili, che rendono il concerto degli Aura Noir una vera e propria goduria, frutto di una band sempreverde nonostante irrevocabilmente old school, e per la quale concetti del tipo “come invecchierà la loro musica?” semplicemente non si applicano. Una conferma del fatto che la grande musica fatta con anima non ha età. Voto: 92,5/100.
Domanda: e come si fa ora a suonare dopo gli Aura Noir senza subire il confronto impietoso? Semplice: se suoni nei Grave il problema non si pone: Continua sempre sulla vena old school e vincerai. La seminale band death metal svedese semplicemente sale sul palco e ti massacra a suon di death metal old school svedese, con delle mazzate una dietro l’altra che ti bombardano senza sosta a volte che rispondono al nome di “Turning Black” e altre al nome di “And here I die Satisfied”, con il pubblico che non ne vuole sapere di starsene fermo e che anzi comincia a provocare i primi stagediving che danno il loro da fare alla security del concerto. Ma credo che sia verso la fine che si hanno i veri picchi del concerto, quando si sentono tuonare le note di “Into the grave” infatti il pubblico va in visibilio, e là non ce n’è più per nessuno, tanto che alcuni (me compreso) si rifugiano dalla prima fila alla zona tra le transenne e il palco senza disturbare ma solo preoccupandomi di continuare a fare foto e video. Conclude il concerto una “Morbid Ascent”, per un vero tripudio conclusivo che non ha lasciato respiro a nessuno ma solo tanta adrenalina, applausi ed entusiasmo. Certo, si può dire che l’euforia dei presenti ha galvanizzato sia i Grave che lo stesso pubblico, ma è incredibile notare come gente come questa band continua a fare il proprio genere da ormai più di 25 anni e non accenna né a smettere né a metterci meno impegno. Sarà forse merito del fatto che l’old school death metal costituisce una sempre gradita alternativa a tanti acts melodeath sempre più melodici e sempre meno death, sarà forse il fatto che questo genere musicale sta diventando raro e quindi classico, oppure sarà la furia omicida dei brani non lo sappiamo, ma ciò che sappiamo è che i Grave qui continuano a battere chiodo alla grande, non lasciando dubbi sul loro valore. Inossidabili. Voto: 95/100.

Il terzo giorno del festival, quello conclusivo e più hardcore di tutti, si svolge purtroppo con una temperatura che va risalendo abbastanza, e che ci propone un bel fresco di sera, ma anche un caldo bruciante prima che il sole vada a tramontare, tanto che sulle prime sembrava di stare ad uno stabilimento al mare, vista la quantità di gente a petto nudo e in shorts. In questa giornata, tuttavia, mi dimentico che le bands proposte sono 8 e non 6 come negli altri due giorni, e pertanto il concerto comincia prima: alle 17 e non alle 18. Per questo sciagurato errore mio, purtroppo salto il concerto degli opener Onryo e per un pelo non perdo anche l’inizio dei La Casta da Monopoli, fautori di ciò che loro chiamano “Blackened Hardcore” e che su disco mi suonano non male ma un po’ legnosi. Detto questo, da live la musica si apprezza meglio a causa della pesantezza del sound, di un certo tiro che ammanta le loro canzoni, e anche di una certa alternanza di stili musicali che, seppur forzata a volte secondo me, dal vivo si fa notare per una certa vivacità che non manca di contagiare l’ascoltatore in questa sede. Per questo motivo i La Casta ce la fanno e riescono a mietere tutti i consensi possibili in un rovente sabato d’Agosto all’aperto, nonostante il clima, nonostante uno stile musicale secondo me ancora non perfetto e nonostante un chitarrista che per scelta volontaria suonava con le spalle rivolte al pubblico, scelta che rispetto ma che poteva facilmente distogliere l’attenzione del pubblico. Voto: 70/100.
Sonorità invece decisamente più ortodosse e molto più note al pubblico con il gruppo successivo, i rinomati Baphomet’s Blood, vale a dire secondo me uno tra i migliori esempi di sempre dello speed/thrash italiano, che ha ricevuto e continua a mietere consensi anche da nomi famosi a livello mondiale, e che può contare su di una solida fanbase che letteralmente li segue ad ogni tour italiano, oltre che a riempire il locale in cui suonano. La scaletta del concerto è quella classica, così come è un vero classico vedere gente che si dimentica del caldo per un po’ e che va sotto il piccolo palco a divertirsi e a cominciare a fare casino, e va dalla formidabile e omonima “Baphomet’s Blood” alla autodedicata “Whiskey Rocker”, passando per “Triple Six”, per un concerto probabilmente già visto in passato, ma la cui fanbase non cede di un millimetro. Sinceramente: ma che gli vuoi dire di male a questi ragazzi? Voto: 77.5/100.
Dopo un cambio palco abbastanza lungo e un sole che finalmente comincia a dare tregua, tocca ai Martyrdod concludere le torture del palco piccolo, fautori di un d-beat hardcore che lambisce altri generi a livello di chitarra, che risveglia decisamente gli amanti dell’hardcore della zona, i quali si accalcano sotto il palco per tributare un concerto serratissimo e violento, che fa la felicità di ogni fan di questo genere abbastanza lontano dal metal e che strappa applausi e mosh a più non posso. Una scaletta che scorre via liscia come l’olio e un sole che finalmente sta tramontando fanno da cornice a questo concerto, che per alcuni appassionati del genere si è rivelata la sorpresa della giornata. Non male come risultato. 75/100.
Ma se si parla di hardcore, l’attesa per i Raw Power era quasi tangibile, con un mucchio di gente accalcata sotto al palco a riverire tutti e 29 i brani di questa band seminale del panorama italiano, apprezzata dai fedeli del genere sia per quanto riguarda la storicità della stessa, sia per quanto riguarda il tiro invidiabile dei loro brani che non concedono mai respiro, e che premiano una band per la quale il motto “la perseveranza paga” viene rappresentato alla perfezione, con la formazione di un mosh incredibile e di un pubblico mai fermo e sempre partecipe. Ne risulta un bel trionfo, che lascia stupiti per una devozione enorme lasciata a questa band dai fans, e da cui spesse volte i fans del metal estremo potrebbero imparare, tante volte. Complimenti Raw Power. Voto: 80/100.
E da qui agli Ufomammut il cambio di sonorità avviene praticamente a 180 gradi, con il loro doom estremamente sperimentale, costituito da suoni lentissimi e spesso caotici, che di fatto entrano ed escono dal concetto di forma canzone quando vogliono loro, rendendo i brani e in generale il loro concerto un vero e proprio viaggio con tanto di immagini sullo sfondo del palco, dove l’unico termine di paragone potrebbe forse essere dato dai Mastodon, solo che questi hanno una forma canzone, gli Ufomammut no. Con il pubblico praticamente scisso (gli amanti di questo tipo di musica sotto il palco e i metalheads decisamente da tutt’altra parte), il concerto degli Ufomammut dura 50 minuti di trance e di suono ipnotico che ti cattura a volte e che ti prende a sberle in altri, dove solo raramente compaiono venature di sludge e (forse) di metal.
Un concerto dunque tutto basato sull’atmosfera e sul suono visionario degli Ufomammut, che spesso e volentieri non ha neanche bisogno della voce, e che comunque rende gli estimatori della band fissi sotto al palco a non perdersi un secondo di questo concerto che va preso come un blocco unico sonoro. Chiaro che quindi in queste circostanze parlare di highlights del concerto non ha senso. Meglio rilassarsi e salire sulla navicella spaziale degli Ufomammut, con applausi scroscianti a fine show. Voto: 80/100.
Tocca ora agli Impaled Nazarene a salire sul palco, poiché gli Slapshot tarderanno. Gli Impaled Nazarene… una band già vista 5 volte, divertente sì, ma i brani hanno sempre quello stile là… ok, stanno diventando i Motorhead del black metal, ma davvero ci servono degli altri Motorhead? Sì, mi sono sempre piaciuti e sono tamarri, ma dopo gli Aura Noir e i Grave magari il concerto risulta un po’... come dire… già visto?
“Già visto” un corno. Il concerto degli Impaled Nazarene ha messo tutti d’accordo e messo allegria a tutti. È un po’ tutto a dire il vero che fa funzionare questo concerto: a parte l’attesa dei fans tutta per gli Impaled Nazarene, ditemi voi come fate a non essere attratti e incuriositi da due cose: Primo: Mika Luttinen che poco prima del concerto sale sul palco e dice al microfono (era il giorno dopo l’attentato a Barcellona e Turku): “Sapete qual è l’auto preferita dai terroristi? Una Citroen C-4”, e Secondo: unite tutti i polpastrelli della vostra mano e fate lo stereotipico gesto made in Italy. Bene, Mika Luttinen l’ha fatto per tutto il tempo durante il concerto. Immaginatevi uno che per far alzare le mani al pubblico invece di fare le corna o alzare le braccia fa quel gesto là, oppure a random durante il concerto. Prendete queste due cose, uniteci tante bestemmie in italiano, un umorismo nero di serie A, e ditemi voi come si fa a non essere attratti da un concerto così.
Già solo questo basta a donare una bella dose di allegria al Frantic Fest che va verso la fine, ma bisogna aggiungerci anche una scaletta mozzafiato, che parte con “Condemned to hell”, tocca altri brani dei primi album poco dopo, si muove verso i brani nuovi a metà scaletta, e verso la fine ci propone i vecchi classici più famosi, brani come “Let’s fucking die”, “Vitutuksen Multihuipennus”, “Ghetto Blaster” (cosa che secondo Mika servirà a giudicare da ciò che avviene in Europa), o la grande “Sadhu Satana”, irresistibili e tamarre. Il tutto per un concerto che punta tutto sull’impatto, e dove tutto il resto quasi non conta. È vero: usano al massimo due tempi di batteria, i brani a volte si somigliano e sono semplicioni, ma importa a qualcuno? No. Gli Impaled Nazarene sono il dissacrante nel black metal, quella cosa che riporta il black metal coi piedi per terra tra tanti deliri da superuomini poco credibili, sono la migliore rappresentazione del fatto che non c’è tragicità senza un po’ di comicità e viceversa. E tutto senza ridurre tutto a una cafonata: Mika Luttinen sarà anche una persona di spirito semplice, vizioso e irriverente così come tutti gli altri della band, ma c’è intelligenza nella sua pazzia. Un’intelligenza che dice la propria cavalcando la sottile linea tra l’iconoclastia e il buon senso senza mai cadere, e che prende in giro tanti temi, da certi dogmi black metal a certe convenienze sociali a certi tabù sessuali, passando anche per le chiacchiere di estremismi politici.
Sì perché mentre la gente da sempre cerca di accusare questi ragazzoni finlandesi di essere fascisti a volte e comunisti in altri (e sono serissimo, è successo eccome), gli Impaled Nazarene stanno là sopra, e se la ridono di chi pensava che fossero anti-Finlandia per via del fatto che “Suomi Finland Perkele” fu tradotto come “Finlandia, Finlandia vaf###” (in realtà non significa niente, “Perkele” è un’esclamazione più che altro), o di chi pensava che fossero fascisti per via di un titolo come “Pro Patria Finlandia”: la gente lo interpretò come un eccessivo orgoglio nazionale, mentre i finlandesi capirono subito il gioco di parole con la “Finlandia Vodka”, per un album che di fatto va tradotto come “Vodka per tutta la Finlandia”, più o meno. Ma la gente non lo vuole capire e si ostina a tirare in ballo la politica, dimostrando solo che di ciò che sono gli Impaled Nazarene non ci hanno capito niente. Ogni riferimento alla polemica che riguardò il terzo giorno del festival non è affatto casuale.
E infine: ma quanto è ideale una chiusura del concerto così? Una chiusura che riesce nel difficile compito di unire watts, adrenalina e voglia di non prendercisi sul serio senza finire a cafonata, che fa considerare Mika Luttinen un idolo della folla e che lo invita a ballare nel dj set post concerto con lui e che piano piano ci va (anche se per me stava pensando “Ma te guarda che mi tocca fare per tenermeli cari...”). Da ricordare. Voto: 95/100.
Senza ritardi, avviene ora la vera conclusione del festival: gli Slapshot. La band di Boston storica dell’hardcore punk praticamente del tutto scevra dal metal e che manda avanti ancora per un po’ il Frantic Fest, che fa il suo degno lavoro per gli estimatori del genere mentre i metalheads si dispongono a bere ai tavoli più lontano dal palco. Personalmente, ho assistito al concerto da lontano per diversità di genere, e anche perché francamente non ci credevo neanche io che gli Impaled Nazarene mi avrebbero stupito fino a questo punto e avevo la mente ancora a quel concerto, oltre che a raccogliere i cocci di me stesso persi nel moshpit. Il pubblico tributa agli Slapshot il giusto tributo e il giusto supporto a questo nome storico dell’hardcore americano, e così sia. Con Dj Set di musica dance anni 90 a sciogliere la tensione post festival mentre si continua a bere e si chiedono autografi e foto ai propri beniamini. Voto: 75/100.

In conclusione: Frantic Fest promossissimo all’unanimità del pubblico presente. Con un bill così eterogeneo eppure competente e con nomi d’alto rilievo, la sua forza è stata l’eterogeneità che ha portato ad un maggiore numero di entranti interessati, nonché ad evitare un festival monotematico che potesse dar fastidio a lungo andare. Tutto questo è il frutto non solo di un’organizzazione efficiente che ha sempre motivato la gente a seguire i concerti proponendo musica interessante, ma anche del successo di bands metal e hardcore locali, che hanno contribuito a formare diversi fans e seguaci di tutti i generi e di tutti i tipi, invogliati a sentire la musica dal vivo. Per me, il Frantic Fest sarà anche alla sua prima edizione, ma per me è un’altra testimonianza dello stato di salute del metal tra Pescara e Chieti, ancora destinato a durare. Avanti così.

 

Immagini della Serata

 

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