Intervista: Seventh Will

Nessuna Descrizione A chi pensa che il prog rock sia un genere palloso, dedicato solo a pochi nerd della musica, va tutta la mia condiscendenza. i seventh will, con l'ottimo debut "ordinary li(f)e" ci hanno ricordato che il genere è vivo e vegeto, e che ha dalla sua tante storie da scrivere e raccontare. alle mie domande ha risposto un gruppo affiatato di musicisti dotati di grande coscienza della propria opera, ma soprattutto un gruppo di amici, disposti a condividere aneddoti sulla loro vita e a scherzarci su. signore e signori, ecco a voi i seventh will!

 

Ciao ragazzi, benvenuti su metalwave.it! Che ne dite di presentare i Seventh Will ai nostri lettori?

Luca Guidobaldi (voce): Ciao a te Zoro e a tutta Metalwave! Chi sono i Seventh Will? Beh, che dire, sono cinque musicisti matti di Roma che nel 2006 hanno raccolto la sfida di giocare a più non posso con le loro diverse esperienze artistiche e con i generi musicali tradizionali e ritirare fuori un po’ di prog dalla naftalina dell’underground italiano. E fu così che un metallaro perso, un pianista classico col pallino dei SymphonyX, un chitarrista jazz-fusion e un paio di appassionati di psychedelic rock anni ’60 e ’70 si sono messi insieme e non si sono lasciati più (ride): è troppo divertente mescolare culture, tecniche, impressioni così diverse e “creare” un suono unico in un ambiente così stimolante!

Che radici ha il vostro sound? Quali sono i gruppi che considerate maestri?

Luca Parca (basso): In parte ha già risposto il nostro un po’ prolisso cantante(ride), ma se dovessi aggiungere una parola direi che alle radici del nostro sound c’è quella cosa che si può chiamare “eclettismo” o “contaminazione”. Venendo bene o male da percorsi e gusti artistici differenti, è il mix che ci intriga e alla fine è lo stesso mix che da giovanotti attraeva tutti quanti noi verso quel sound di band storiche come Genesis, PFM, Pink Floyd, Frank Zappa, fino ad arrivare ai Dream Theater, ai Pain of Salvation, agli Opeth e ai Porcupine Tree. Questi sono i riferimenti assoluti che hanno sin qui animato la nostra ricerca musicale…ma se chiedi a ciascuno di noi i gruppi preferiti uscirebbe un’enciclopedia mi sa (ride)!

Da cosa traete ispirazione per comporre la vostra musica? E cosa volete comunicare con essa?

Francesco Bassoli (chitarra): Mah, l’ispirazione la si prende da tutto, da quello che ti succede dentro e intorno nel personale, da quello che si vede nel mondo, dalle cavolate che escono in sala prove o al ristorante cinese prima di un live, dal modo tutto nostro che abbiamo di giocare con la “marmellata di generi”, come la chiamo io facendo un po’ rodere gli altri. Alla fine, da tutto, purché sia una roba “sentita” o musicalmente o a livello di testi. Abbiamo scritto canzoni d’amore, canzoni di protesta, canzoni introspettive. Cosa vogliamo comunicare? Oddio, qua serve il cantante...

Parliamo del vostro debut, Ordinary Li(f)e. Che cos’è questa vita qualsiasi, questa bugia qualsiasi?

Luca Guidobaldi (voce): Visto che mi chiamano in causa…”Ordinary Li(f)e” è un concept album che cerca molto umilmente di seguire il solco dei grandi concept della storia del prog. Vuole essere un po’ un pezzo di critica sociale che racconta, attraverso il giorno di ordinaria follia di un uomo come tanti, la fragilità e la doppiezza delle convenzioni sociali del giorno d’oggi che alla fine trasformano – tra maschere, finzioni, seconde vite nascoste – una vita ordinaria in un’ordinaria bugia. Viviamo costretti in così tante realtà artificiali ed artificiose tutti i giorni, che diventiamo un po’ tutti “personaggi in cerca d’autore” come diceva Pirandello, delle “bombe a orologeria” che rischiano di esplodere da un momento all’altro perdendo il senso dell’autenticità dell’esistere. Boom! (ride)

So che anche il vostro prossimo album sarà un concept. Di cosa parlerà?

Claudio Stasi (tastiere): Sì diciamo che quest’idea del concept ci è piaciuta parecchio e perciò abbiamo deciso di bissare. Alla fine è un po’ come prendersi un po’ più di spazio che in una singola canzone (per quanto lunga e articolata) per dire una cosa più complessa che arrivi all’ascoltatore in maniera più diretta e più profonda. Il prossimo disco gira ancora intorno al tema del “doppio” e del contrasto bene/male, vuole essere una rivisitazione in musica dei grandi personaggi della letteratura romantica, tipo Dorian Gray, Dr. Jekyll & Mr. Hyde, il Dracula di Stoker, ecc. Ebbene sì, anche i metallari e i proghettari leggono i libri!

Come mai avete scelto l’inglese per i testi?

Mah, i nostri gruppi di riferimento, soprattutto nella scena prog metal che alla fine è quella che ci ha unito di più agli inizi come gruppo, cantano tutti in inglese.
Penso sia dovuto al fatto di aver maturato un gusto maggiore per quella lingua, e avendo chi nel gruppo la mastica bene, ci è venuto praticamente automatico scrivere così. Magari è anche perché in fondo negli ultimi 30 anni a parte sporadiche eccezioni, l’italiano e il rock non sono più andati tanto d’accordo, quindi è più difficile immaginarsi “rock” con un italiano al passo coi tempi. Poi ovviamente è un discorso di prospettive, con l’inglese arrivi ovunque e hai più chance che qualcuno ti noti, no?

Parlateci della vostra concezione di psichedelia, elemento che mi sembra abbia un ruolo importante nella vostra musica.

Luca Parca (basso): Psichedelia secondo me è innanzitutto ricerca del suono e sperimentazione, è portare al massimo l’espressività di uno strumento o di una melodia o di un ritmo andandolo a stanare nelle profondità dell’inconscio, quasi come fosse una cosa tribale. Psichedelia è “Careful with that axe, Eugene”, è l’acidità dei Doors, sono quei suoni di moog da sturbo alla Tangerine Dream, è delay, elettronica, tutto quello che passa per la tua musica senza inibizione... a parole è difficile da dire, tra i nostri pezzi ti farei ascoltare “Lying on a Pink Cloud” per spiegarti meglio!

Che significato si cela dietro il nome Seventh Will?

Tiziano Cofanelli (batteria): beh il nome è nato in realtà abbastanza a caso, anche qui, per gioco.
All’inizio doveva essere “seventh wheel” (settima ruota) a causa di un aneddoto divertente sulle nostre prime prove insieme: usciti dal nostro box nella periferia di Roma, qualche vandalo ha pensato bene di squarciarci le ruote della macchina mentre noi eravamo dentro a suonare, lasciandoci a piedi. Erano tre macchine, quindi sei ruote fuori uso: tra ruote di scorta e ruotini vari non ne riuscivamo a mettere in strada neanche una, perché mancava “la settima ruota”…e da lì nasce il mito. Ma poi “Seventh Wheel” ci sembrava il nomaccio di un gruppo blues-rock come un altro… nel frattempo nasceva invece il nostro concept “Ordinary Li(f)e” e il protagonista lo abbiamo chiamato “Will”: ed eccoci ai “Seventh Will”!

Cosa pensate sia rimasto in Italia della leggendaria scena prog degli anni 70? Pensate che un genere come il progressive abbia ancora qualcosa da dire?

Claudio Stasi (tastiere): In Italia alla fine è rimasto molto poco, è sempre stato un genere colto e di nicchia, e a parte qualche appassionato dell’epoca e qualche revival, oggi come oggi c’è molto poco. Paradossalmente è rimasto molto più all’estero, dove gruppi come Area e PFM hanno spopolato e sono elencati dappertutto, per tecnica e inventiva, tra i grandi di sempre a livello mondiale. Bisogna dire che in Italia c’è stato un ritorno di fiamma per il prog quando è cresciuta la popolarità del progressive metal, soprattutto tramite band come Dream Theater. Se ha ancora qualcosa da dire? Beh penso proprio di sì, l’underground è pieno di gruppi prog e con questa musica per sua natura tecnica, complessa e articolata, ma non necessariamente di difficile ascolto, si possono dire tante cose di più che con una canzonetta da radio, secondo me.

Cosa vuol dire essere una band che suona una musica come la vostra in Italia? Immagino non sia una strada in discesa...

Luca Parca (basso): Vuol dire lottare tutti i giorni contro i pregiudizi di chi pensa (ascoltatore medio, locali, etichette discografiche, reviewers, ecc.) che progressive voglia dire solo canzoni lunghissime e noiose e invendibili al grande pubblico, per di più suonate da antipaticissimi e boriosi nerd ipertecnici che scrivono i concept sulla letteratura russa di fine ‘800 (ride).

Siamo arrivati alla fine delle domande. Hai un messaggio per i nostri lettori?

Luca Guidobaldi (voce): Come diceva il nostro grande e comune maestro Giorgio Mazza, che oggi purtroppo non c’è più: “cercate di ascoltare tre minuti di tutto”, così non vi annoiate mai. L’invito è quello di vivere ed ascoltare sempre la musica con un senso di apertura anziché di chiusura, senza guardare mai alle convenzioni di uno o dell’altro genere e cercando di abbandonarvi al flusso di emozioni piuttosto che fermarvi alle etichette, che non servono a niente.

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